Neuropsicologia dell' invecchiamento: la diagnostica delle 6 D

Con l'aumento dell' aspettativa di vita e il conseguente invecchiamento generale della popolazione italiana, il lavoro neuropsicologico con questa fascia d'età sta progressivamente aumentando e necessita sempre di più operatori socio-sanitari. Considerando che La vita media degli uomini è di 80,8 anni e quella delle donne di 85,2 anni (dati Istat, 2018).

Il contributo della neuropsicologia clinica all' invecchiamento, a mio avviso, torna utile nella diagnosi clinica e nella diagnosi differenziale, nell' accertamento e nella certificazione di disordini neuropsicologici acquisiti (es. capacità di guida o nella richiesta di invalidità civile), nell' impostare e nel controllare l'efficacia di interventi farmacologici (es. effetto degli antidepressivi) e psico-sociali (es. effetti della CST o terapia di Stimolazione Cognitiva).

 L' invecchiamento cognitivo deve essere considerato un fenomeno multidimensionale e multidirezionale. Esso dipende dall'interazione di vari e concomitanti aspetti ambientali, comportamentali e biogenetici.

In generale, si può affermare che il paziente anziano è un paziente com­plesso che presenta diversi aspetti da tenere in considerazione che solitamente possono inficiare e rallentare il rendimento neuropsicologico, come:

- presenta di limitazioni motorie e sensoriali, come la riduzione dell'acuità sensoriale, della forza e della rapidità del movimento;

- polimorbosità associata a polifarmacoterapia, in atri termini la presenza di patologie croniche dolorose (come artrosi, cefalee, lombosciatalgie...) a cui si associa un'assunzione multipla e prolungata di farmaci;

- scarsa o assente cooperazione e compliance che possono comportare reazioni catastrofiche fino ad un rifiuto a sottoporsi all'esame neuropsicologico: gli anziani possono vedere un test come un'intrusione fastidiosa e ingiustificata - un'offesa! - nella loro privacy  («Ma per chi mi prende?», «Non sono mica matto!»);

-  lo stile di vita,la situazione socio-economica e l'eventuale istituzionalizzazione, spesso protratta che può incidere negativamente.

Nel complesso la valutazione della persona anziana deve avvenire in un'ottica multidimensionale e dovrebbe riguardare le variabili biologiche, psicologiche, sociali ed economiche, oltre all'estrema variabilità interindividuale e intraindividuale degli anziani. Nello specifico la valutazione neuropsicologica dovrebbe quindi tenere conto dell'eventuale influenza dei fattori sopracitati e per tale situazione occorrerebbe di fronte alla persona anziana:

•    Verificare l'esistenza di limitazioni sensoriali;

•    Mantenere un atteggiamento accogliente ma non amichevole o troppo familiare;

•    Chiarire chi è e cosa fa il neuropsicologo;

•  Concordare l'eventuale uso delle informazioni ottenute, defi­nendo i confini della confidenzialità, incluso chi trarrà vantag­gio dai risultati della valutazione;

•    Mettere al centro dell' esame l'anziano non solo come paziente ma anche come interlocutore, non i familiari (di frequente gli invianti o chi prende l'appuntamento).

Il segreto per effettuare la diagnosi di un paziente complesso è essere aperti alle possibilità. E' possibile concentrarsi sui sei disturbi più comuni tra gli anziani, sintetizzati nello schema sottostante e riassunte con le 6 D.

La diagnostica delle D fornisce uno schema mentale da seguire per un ragionamento logico utile a diagnosticare e/o escludere i problemi di salu­te mentale più frequenti negli anziani. In aggiunta occorre considerare altre problematiche di salu­te mentale comuni negli anziani, come cambiamenti dell'umore come l'irritabilità e l'umore instabile, le esperien­ze insolite come le allucinazioni e i deliri, l'agitazione e l' ag­gressività, le disfunzioni sessuali, i suicidi e i problemi legati alla fine della vita. Queste diagnosi dovrebbero essere inte­grate con la diagnostica delle D per garantire una valutazione completa della salute mentale nell'anziano e non commettere errori diagnostici.

Di solito cominciamo considerando il delirium perché è sia il più generalizzato sia il più reversibile dei disturbi. Se­guiamo passo dopo passo l'elenco delle D, arrivando alla demenza e altri disturbi neurocognitivi maggiori, che sono le patologie meno reversibili. In breve:

- Delirium o stato confusionale acuto: un'alterazione acuta dell'attenzione e della cogni­zione.

- Droghe ossia uso/abuso di farmaci prescritti, medicinali da banco, sostanze ille­cite, alcol, medicinali a base di erbe o integratori che possono causare o accentuare i disturbi mentali.

- Distubi fisici o neurologici: condizioni che possono spiegare o accentuare i disturbi mentali (ictus cerebrale, trauma cranico, sindrome da apnea ostruttiva, morbo di Parkinson e sindromi neurologiche con disturbi del movimento).

- Disturbi del sonno: alterazioni della capacità di avviare e mante­nere il sonno e la veglia.

- Depressione: dall'episodio depressivo con sintomi insufficienti al disturbo depressivo maggiore, sono spesso accompagnati da problemi cognitivi soggettivi. In alcuni casi, i deficit cognitivi verranno risolti, ma in altri persisteranno. La compromissiobe cognitiva può variare da una lie­ve difficoltà a prestare attenzione all'incapacità di portare a termine attività complesse o a un quadro simile alla demenza, storicamente denominato pseudodemenza. I medici dovreb­bero sospettare la depressione come una causa significativa di compromissione cognitiva quando i problemi cognitivi di cui i pazienti si lamentano sono significativamente peggiori rispetto alle loro prestazioni cognitive e funzionali su stru­menti di misurazione oggettiva.

- Demenza e altri disturbi neurocognitivi: sindrome croniche, progressive e peggiorative di deficit co­gnitivi multipli acquisiti, modificazioni psico-comportamentali che compromettono l'indipendenza di una persona nel funzionamento di vita quotidiana.

Per concludere, è bene tenere a mente nel ragionamento clinica la diagnostica delle 6 D che seppur semplicistico può evitare di commettere errori come:

•    Diagnosticare un disturbo irreversibile, come la demenza di tipo Alzheimer, quando un paziente ha effettivamente una condizione potenzialmente reversibile, come un lieve di­sturbo neurocognitivo dovuto all'uso di antidepressivi, come le benzodiazepine.
•    Non diagnosticare un disturbo fisico o neurologico di recente comparsa concomitante a disturbi psichia­trici, come per esempio quando un paziente a cui non è stato precedentemente diagnosticato il morbo di Parkin­son si presenta con un' alterazione cognitiva associata ad una deflessione del tono dell'umore.
•    Effettuare diverse diagnosi quando una sola diagnosi spiega tutti i sintomi, per esempio quando a un paziente ricoverato in ospedale che presenta improwisi disturbi dell'umore, problemi cognitivi e psicotici vengo­no diagnosticati il morbo di Alzheimer e un disturbo de­pressivo maggiore con caratteristiche psicotiche anziché un effettivo delirium.